E' inutile negare che il principale interesse del nuovo allestimento della "Salome" di Richard Strauss allestita al Teatro Regio di Torino fosse dato dalla regia di Robert Carsen, il geniale e provocatorio regista canadese che tornava nel teatro subalpino dopo i successi raccolti gli scorsi anni. Attese che non sono andate deluse. L'aproccio del regista canadese all'opera straussiana presenta numerosi punti di interesse, non tanto nella posticipazione della vicende in un casinò contemporaneo (e nel quale si riconosceva con facilità il Cesar Palace di Las Vegas con gli inservienti in abiti egizi e romani), quanto nella costruzione stessa dello spettacolo, secondo un tratto caratteristico di Carsen. A fare da scenario all'opera era infatti un claustrofobico caveau, una prigione metallica nella quale il mondo esterno filtra solo attraverso alcuni monitor, una lussuosa oppressione di una società senza valori, schiava delle proprie ricchezze. In questo carcere eterno l'unico libero è Jokanaan, il portatore di un messaggio diverso. Al suo apparire le pareti metalliche si aprono su un deserto orientale, la natura, la vita, la storia entrano in questo pozzo chiuso in cui il nulla genera i peggiori mostri. I costumi ribadiscono l'alterità di Jokanaan al mondo circostante, ai pacchiami vestiti di Erode e dei suo cortigiani si oppone l'austero abito orientale del profeta, quasi uscito da un dipinto medioevale. Oltre al profeta esiste solo un'altro elemento di positività: quello rappresentato da Salome. La principessa è un'adolescente ribelle, viziata e infelice, cresciuta in un mondo corrotto che ha respirato fin da bambina ma alla quale non si sente appartenere e attratta da Jokannan non per semplice capriccio ma per una sostanziale comunanza di fondo nell'odio verso la coppia Erode-Erodiade e nella ricerca di qualcosa di diverso. Per una volta il loro duetto è un autentico duetto d'amore, è la scoperta per Salome che esiste qualcosa di diverso dall'abbiezione in cui è cresciuta. E' praticamente impossibile raccontare uno spettacolo così ricco di idee, spunti, sollecitazioni, pare quindi preferibile concentrarsi su alcuni momenti topici. La "danza dei sette veli" è forse il momento centrale dello spettacolo risolta da Carsem in modo scioccante capace di rendere lo scandalo della prima. Spinta da Erode a danzare la principessa entra in scena vestita, pettinata e truccata esattamente come la madre, nel momento in cui devo ricorre ad una seduzione squallida - ben diversa da quella spontanea, ingenua, più da bambina piagnucolosa che da donna fatele usata nei confronti di Narraboth - imitata automaticamente la madre ma allo stesso tempo le grida tutto il suo disprezzo. Intorno alla sua danza lasciva, colma di esplicite provocazioni ma di scarse nudita, si scatena un orgia senile che Erode riprende morbosamente con una telecamera - le cui immagini sono proiettate sui monitor di controllo. Un gruppo di sette vecchia si denuda - in qualche caso integralmente - incapace di contenersi di fronte alle provocazioni della fanciulla. Un orgia inquitante e macabra che ricorda certe pagine di Svetonio, immagine di un'imanità abbruttita e senza dignità (ironicamente potremmo dire rappresentazione della gerontofilia che alberga in tanti melomani, ma qui stò scherzando,ben più pregnanti gli obiettivi del regista) Altro momento di straordinario suggestioni il finale, Salome bacia la testa di Giovanni in un autentico momento d'amore, quasi ne assume la forza morale, quel bacio crea una nuova Salome. A quel punto le pareti si aprono, ricompare il deserto di Giovanni in cui Salome - vestita solo di una sottoveste-tunica, totalmente altera rispetto agli altri e in qualche modo prossima alla semplicità di Jokanaa) si addentra, libera dalla prigione in cui è vissuta mentre al grido di Erode "Man tote dieses Weib" i convitati si avventano su Erodiade (per altro il libretto non indica quale donna). Uno spettacolo di tale complessità non è facile da portare in porto, a volte viene a mancare una conseguenza logica fra le varie parti del palcoscenico (se durante la danza quello che compare sui monitor è ciò che filma Erode come si spiegano i seni nudi che a tratti compaiono quando Salome rimane in sottoveste e non mostra mai maggiori nudità). In altri momenti il regista si fa prendere la mano e si lascia andare a soluzioni du gusto molto dubbio (due travesti nel quintetto dei giudei che disputano di teologia, gli invitati che palleggiano con la testa del Battista), che non arrivano però a compromettere la forza dell'insieme. Ho trovato straordinaria la direzione di Noseda che rinuncia alle esplosioni telluriche ed esalta la rarefatta atmosfera di molti passi, una "Salome" dolcissima ed ipnotica, perfettamente in linea con l'idea che Carsen ha della protagonista. Cast di ottimo livello. Nicola Beller Carbone dona a Salome una voce molto bella, una prescenza scenica ideale ed un notevole talento di attrice, semplicemente perfetta nel delineare una ragazza viziata, sostanzialmente ingenua e infantile nell'uso del suo micidiale potere di seduzione. Vocalmente tende a schiacciare sugli estremi acuti ma in queste repertorio qualche nota non pulita non inficia la riuscita del personaggio. Mark M. Doss è uno Jokhanaan nero, vocalmente e scenicamente imponente, dotato di un'innata autorità sacerdotale. Peter Broder delinea un Erode ansiogeno e nevrotico, incapace di reggere le sue responsabilità. La Peckova è un Erodiade volutamente grossolana e sguaiata (personalmente preferisco una lettura diversa del personaggio) ma di grande carisma. Inoltre entrambi cantano molto bene le rispettive parti, cosa non comune. Ben delineati - e soprattutto molto ben cantati - lo stupito Narraboth di Jorg Durmuller e il paggio (in questo caso agente di sicurezza) di Manuela Custer, per una volta giustamente virile così che l'affetto che lo lega a Narraboth appare più compagnonage militare che gelosia di un'amante respinta, come troppo spesso capita. Spettacolo di grande forza, capace di colpire cuore e mente. Consiglio a chi potesse di andarlo a vedere, ne vale la pena.
orphicus
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