martedì 18 marzo 2008

Perchè una petizione ?

E' la domanda che ci si può porre, leggendo l'invito a sottoscrivere la petizione in Home Page, per avere più Opere Liriche nei palinsesti televisivi, e ad orari più fruibili per i melomani ma non solo.
E' una situazione che, in generale, è andata sempre più diffondendosi, quella di ritenere l'Opera Lirica una forma di spettacolo noiosa ed obsoleta.
I giovani, o perlomeno buona parte di loro, sono totalmente disinteressati a questa forma di arte, preferendo altri tipi di svago, alle volte anche più pericolosi.
E questo, mi si consenta, lo si deve anche grazie alla profonda ignoranza in cui le nostre scuole lasciano questi giovani, che crescono con Miti "usa e getta", con una cultura del "Fast Living", che non ha nulla a che vedere con una crescita completa dell'individuo.Anche perchè se è vero che sempre più artisti lirici tentano la fortuna "facile e veloce" cantando le "canzonette", è altrettanto vero che nelle scuole, chi fosse Enrico Caruso, o Adelina Patti, o Mattia Battistini,o anche Giuseppe di Stefano o Franco Corelli, per non parlare di Verdi, Puccini, Rossini e compagnia cantando, non lo insegna più nessuno.
Lungi da me, l'intenzione di affermare che chiunque ascolti o segua l'Opera sia persona scevra da difetti, o perfettamente educata, basta vedere certi "melomani", che non esitano un istante ad insultare ( anche pesantemente ) gli artisti al loro primo errore. Salvo poi, trovarseli di fronte e sdilinquirsi in complimenti e scialacquìo di belle parole.
Le belle parole son proprio quelle che i responsabili delle varie televisioni ci ammanniscono ogni qual volta gli si pone questa domanda : perchè la nostra più famosa forma d'Arte in tutto il mondo, viene trattata dalle nostre televisioni ( pubbliche e private ) come fosse una carogna in decomposizione ?
Perchè non creare dei canali televisivi, anche in internet, e quindi fruibili in qualche modo gratuitamente, che possano trasmettere l'Opera Lirica in orari più abbordabili ?
Guardate che non serve molto. Basta solo un po' di buona volontà.
L'Italia è "proprietaria" non si sa per quanto ancora, del titolo di "Patria del bel canto".
Se non vogliamo che anche questo nostro segno distintivo faccia la fine di altri ( come la Pizza Napoletana.. ora l'Unione Europea ha "stabilito" i parametri per una corretta pizza napoletana.. i napoletani ridono, e fanno bene. Che ne sanno a Bruxelles di pizza, anzi, Pizza ? La Pizza è un'Arte, tutta italiana, e se permettono, stabiliamo noi come farcela ! ), dobbiamo svegliarci, ma svegliarci tutti !
Certo, non sarà la petizione di un sito che conta poche anime come il nostro appena nato, però davvero, noi appassionati dobbiamo protestare, contro qualsiasi forma di abuso nei confronti di questa nostra amata musica.
Che è sempre stata, è e deve rimanere legata alle nostre tradizioni.
Insomma, io proporrei anche un po' meno "Festival di Sanremo", con le sue carovane di artisti improbabili e alle volte anche diseducativamente esagerati, ed un po' più di Prime dalla Scala di Milano, o dal Festival di Salisburgo, o dal Metropolitan di New York.
Usiamo tutti i mezzi a nostra disposizione per portare l'Opera in più posti possibili, a cominciare dalla Televisione, dal momento che non tutti possono permettersi di andare a Teatro ogni fine settimana.
Anche se la battaglia sembra improba, dobbiamo provarci.
E' un obbligo al quale noi, amanti dell'Opera, non possiamo sottrarci, e lo dico senza enfasi, per il bene delle generazioni che verranno.

Andrea Fasoli

Intervista-racconto di Giuseppe Riva

Giuseppe Riva si racconta.
Vita artistica e non di una grande Voce Italiana.

Perla : Chiedo a Giuseppe Riva, che non vuole assolutamente essere chiamato maestro, di come siano stati i suoi inizi...

Giuseppe Riva : Fin da bambino ho sempre amato cantare, invogliato da una non comune predisposizione naturale (non sono parole mie) della voce.
Sono nato in un paese bellissimo,dove tutti cantavano, in Chiesa, nelle osterie, nelle campagne.
Mia nonna, che era semiparalizzata, ascoltava alla radio le opere e certi nomi altisonanti, Pertile, Gigli, Caniglia, Bechi, Toscanini, Callas, etc....li sentivo pronunciare da lei che in religioso silenzio mi faceva ascoltare quei suoi programmi preferiti.
Da chierichetto, poi partecipavo attivamente alle attività della Chiesa che non si limitavano al servire la Santa Messa, ma anche a cantarla.
Verso i 16 anni, mi trovavo ad essere il primo figlio e fratello di altri 4, con un papà che aveva intrapreso una carriera di commerciante in materiali edili e che voleva ch'io studiassi da geometra per la continuazione dell'esercizio, contro quelli che erano i miei sogni di studiare canto e diventare cantante.
Fui ostacolato anche da mia madre, ed i contrasti in famiglia mi costrinsero a cercare lavoro e smettere gli studi.

Perla : Quando fu allora che incominciasti seriamente ad approcciarti al canto ?

Giuseppe Riva : Fu durante il servizio militare che potei dare sfogo alle mi capacità vocali, pur senza mai avere studiato. L'incontro con Claudio Desderi, anche lui nella mia stessa caserma, mi stimolò a studiare canto. Lui stesso, infatti sentendomi, non riusciva a credere che io non avessi mai preso nemmeno 5 minuti di lezioni da un maestro e mi disse che se lo avessi fatto avrei certamente potuto diventare un cantante famoso.
Il lavoro prese subito un'importanza tale che assorbì tutto il mio tempo, solo dopo i 26 anni incontrai Domenico Malatesta.
Con lui cominciò il mio percorso di studente di canto ma il lavoro diventava nel frattempo sempre più pressante. Alla morte del mio maestro passai a studiare con Vincenzo Cinque che fu compositore e ripassatore di spartiti anche di Del Monaco e Pavarotti, ma questi, già cagionevole di salute, durò poco.
Decisi allora di continuare a studiare con la pianista che fu la mia prima accompagnatrice: Giliola Senesi e da lei conobbi Leo Nucci, non ancora entrato in carriera a quei tempi, diventando subito suo amico.

Perla : Quindi prendesti subito la via del Palcoscenico, o successe qualcos’altro ?

Giuseppe Riva : Mi sposai, poi nacque Martha. Dato che il canto non aveva dato i frutti sperati, visti gli impegni di famiglia e di carriera, decisi di abbandonare la carriera di cantante e mettendomi a dipingere con ottimi risultati anche sotto il profilo delle vendite. Il colpo di grazia lo diede la morte di papà. A quel punto decisi proprio di smettere con le fantasie e di stare coi classici piedi per terra e, mio malgrado, affrontare la vita materiale con maggior impegno e tentare la carriera in ufficio.
Dopo un anno dalla morte di papà, stavo letteralmente scoppiando, oberato dal lavoro che non mi lasciava nemmeno un attimo di libertà.
Quei momenti li ricordo come i più bui della mia vita: mi sentivo fallito in tutto. Uniche consolazioni, una figlia e una famiglia che all'epoca funzionava bene.
E qui sono costretto a raccontarti per filo e per segno ciò che avvenne.
Milano, anno 1980: Rientravo nel mio ufficio da un'altro dove avevo trascorso la mattinata per un meeting e facendo il percorso a piedi, passai davanti al Teatro Alla Scala. Mi sentìi scoppiare dentro un qualche cosa di amaro, di triste, di troppo forte e fui preso da uno sconforto impressionante tant'è che sentivo come se dovessi lasciare questo mondo da un momento all'altro, ma non me ne importava nulla!

Perla : Questo passo mi ricorda in modo singolare il celebre episodio della vita di Giuseppe Verdi. Un altro Giuseppe...

Giuseppe Riva : Come un automa attraversai via Verdi e dopo pochi passi mi imbattei in Edoardo Muller, grande maestro che conobbi al concorso di Busseto. Questi, riconoscendomi, mi salutò e mi chiese che fine avessi fatto e perché ero sparito da tutti i giri del melodramma. Spiegata la mia situazione mi diede una pacca sulle spalle dicendomi che forse avevo fatto bene perché il mondo dell'Opera stava cambiando......ci salutammo (e non ci siamo mai più rivisti).

Perla : Non fu un incontro incoraggiante….

Giuseppe Riva : Fatti pochi passi incontrai due carissime amiche che con me avevano frequentato qualche concorso. Queste venivano da Torino per studiare da un certo Iginio Brentegani del quale mi parlarono molto bene. Appresa la mia decisione del mio ritiro , vollero assolutamente che prendessi impegno con questo loro maestro al quale loro stesse avrebbero di lì a poco parlato.
Salutate, faccio pochissimi passi e a metà di via Manzoni entro in un portone aperto, nell'androne del quale c'era un'edicola che saltuariamente frequentavo per l'acquisto di giornali. Qui fui attratto dalla voce di Luciano Pavarotti che alla radio dell'edicolante, in quel momento cantava "Nessun Dorma".
Chiesi all'edicolante di lasciarmi ascoltare e questi m'invitò all'interno dell'edicola.
Scoppiai a piangere come un bambino e alla sua domamda sul perché, gli riversai addosso tutto il mio vissuto e le mie speranze, i miei sogni, e le rinuncie...
Dimenticai perfino di ritornare in ufficio ritardando al lavoro,per più di un'ora e mezza. L'edicolante dopo avere ascoltato la mia storia mi congedò richiedendomi la promessa di invitarlo allorquando avessi fatto qualche esibizione.
Lo salutai in malo modo dicendogli che non aveva capito nulla e che ero un impiegato con l'hobby del canto, ma che non esercitavo. Mi disse di avere fiducia e che la vita riserva sempre delle sorprese. Scambiati in numeri di telefono ritornai in ufficio.

Perla : che successe poi ?

Giuseppe Riva : Nei giorni successivi fui tormentato letteralmente dall'edicolante che mi spronava a riprendere gli studi e mi lasciai convincere di chiamare quel maestro indicato dalle due amiche.
Nel frattempo il rapporto con la mia Società di lavoro si deteriorò a tal punto che fui costretto a licenziarmi e a cercare un'altra Società e trovai, alla concorrenza, un impiego ben remunerato e importante.
Ovviamente qui l'impegno si presentò subito gravoso, tanto più che stava ritornandomi il desiderio di riprendere gli studi.
Conobbi il maestro Iginio Brentegani, del quale furono allievi Orazio Mori e Giancarlo Tosi. Cominciai a frequentare le lezioni, per quanto potessi, a causa del nuovo impiego nella nuova Società.
Mi ritornò, come prevedibile, il desiderio di tentare la scalata alla carriera, benché ormai l'anagrafe cominciava a diventarmi nemica.

Perla : L’istinto artistico è difficile da tenere segregato troppo a lungo …. come proseguì la tua “rinascita” ?

Giuseppe Riva : Mi ero messo anche a dipingere e contemporaneamente leggevo quanto più potevo sul canto e sulla fonazione. Nell' "Enciclopedia della Musica", compariva il cognome Brambilla, tipicamente milanese, che mi incuriosì.
Lessi poi di una nipote anch'essa cantante lirica e nativa di Cassano d'Adda, moglie di Amilcare Ponchielli, deceduta nel 1921.
Eravamo a 60 anni dalla scomparsa e la mia mente si illuminò subito per una manifestazione in suo onore. Mi attivai subito per organizzare mostre e concerti.
Ovviamente, per questa occasione invitai l'edicolante che dal giorno del nostro incontro si teneva costantemente informato. Fu così che potè ascoltarmi per la prima volta, rimanendo colpito dalla mia voce, al punto tale che mi implorò di fare ancora maggiori sforzi e intensificare lo studio della voce. Di lì ad un mese un'altra organizzazione di una cittadina vicina, sulla scorta del successo avuto nel concerto mi invitò ad organizzarne un altro per il mese di dicembre a favore di bambini orfani di quella comunità.
Venne ancora l'edicolante e ravvisò dei veri progressi e così dopo le feste natalizie organizzò per me un incontro alla sede della Casa Musicale Sonzogno.
Qui mi esibìi e la presidentessa di allora, Nandi Ostali, mi esortò a tentare la carta dei concorsi benché stessi superando i limiti d'età imposti da quasi tutti i regolamenti di concorso.

Perla : E in quale maniera riuscisti a risolvere la difficile situazione ?

Giuseppe Riva : Si trovò l'escamotage per il concorso Mattia Battistini, in quanto all'epoca del suo svolgimento, i 36 anni li dovevo ancora compiere, mentre il limite era di 35. Ricevetti molti inviti da vari circoli che si interessavano a me, e venni così in contatto con Denia Mazzola la quale, pur non essendo ancora in carriera, studiava da un maestro impiegato al Teatro Alla Scala, Dante Mazzola. Fu il sodalizio con la Mazzola che ci vide poi prendere coralmente la decisione del cambio di vita.
Nel febbraio successivo in un momento molto difficile per il pressante lavoro in ufficio, l'edicolante mi spinsea fare lascelta decisiva, proponendomi per per una audizione alla Scala col maestro Siciliani, accompagnato al pianoforte da Leone Magiera.
Fu una cosa imrpovvisa perché ben sapeva l'edicolante che se lo avessi saputo con ogni probabilità non avrei reso come si conveniva. Infatti combinò tutto a mia insaputa col maestro Siciliani, suo cliente quotidiano nell'acquisto dei giornali.

Perla : Malgrado le difficolta, avesti quindi una serie di coincidenze davvero fortunate..

Giuseppe Riva : Siciliani dopo avermi ascoltato disse: "NON HO MAI RACCOMANDATO NESSUNO E NON LO FARò NEMMENO CON LEI, MA L'AMICO COMUNE MI HA DETTO DI AVERE UN GIOVANE DALLA VOCE INTERESSANTE E HA CHIESTO UN MIO PARERE. DIO L'HA BACIATA IN GOLA, SI TROVI UN MAESTRO COI COSIDDETTI, STUDI E ABBANDONI IL LAVORO E FACCIA CHE SIA IL CANTO LA SUA VITA E IL SUO LAVORO.......". Mi indicò il maestro Roberto Benaglio quale unico in grado di dare quello che mi necessitava. Abbandonai il lavoro il 30 aprile 1982, m'iscrissi al concorso Battistini che vinsi. E mi misi a studiare con Roberto Benaglio.

Perla : E arriviamo così al debutto vero e proprio...

Giuseppe Riva: All'epoca non conoscevo una sola opera intera a memoria e non avevo mai cantato con orchestra e in costume e scene. Da maggio, al 19 settembre (giorno del mio debutto a Rieti, Teatro Flavio Vespasiano), il maestro Benaglio riuscì a mettermi in gola ben 4 opere complete: Traviata (Papà Germont); Rigoletto (protagonista); Corsaro (Seid); Boheme (Marcello, Schaunard).
Fu un susseguirsi di richieste, sempre nell'ambito sperimentale per giovani debuttanti, fino a quando mi presentai ad una audizione al Teatro Comunale di Bologna, dopo la quale fui immediatamente scritturato per il Paolo nel Simone Boccanegra con protagonista l'amico Leo Nucci. Fu quello il mio primo "guadagno" come professionista.
Il maestro Benaglio mi mise davanti ad una scelta fondamentale: le qualità vocali erano sicuramente da primo baritono protagonista e anche la preparazione tecnica dava buoni frutti in quel senso, tuttavia avevo nemica l'anagrafe, visto che non ero supportato da un repertorio di base, per costruire il quale avrei dovuto impegnare il mio tempo nello studio per almeno altri 3/4anni.
Sarebbe valsa la pena di arrivare alla soglia di quasi 50 anni ed iniziare una carriera/battaglia contro quelli che erano i baritoni più affermati di allora? Nucci, Bruson, Cappuccilli, Zancanaro e via discorrendo???
Mi consigliò di scegliere la via del comprimariato di lusso laddove con minor sforzo avrei trovato moltissime soddisfazioni e senza dannarmi l'anima.
Diedi retta al maestro e riconosco che non fu una scelta sbagliata.


Perla: A questo punto, la tua carriera prese il volo definitivamente.

Giuseppe Riva : Ho potuto cantare in tutti i più importanti Teatri, con tutti i migliori Direttori, Cantanti, Registi, specializzandomi nelle parti di carattere e ottenendo riconoscimenti che mai avrei sperato.
Ho anche scoperto, venendone direttamente in contatto, che esiste un sottobosco fatto di "personaggini" squallidi, sia fra coloro che eseguono, sia fra coloro che hanno il potere decisionale e anche fra coloro che sono intermediari: gente senza doti, che per arrivare ad ogni costo si affida a mezzi e a persone senza scrupoli.


Perla: Purtroppo, non molto è cambiato da allora.

Giuseppe Riva : Ho combattuto questo andazzo da subito, facendomi anche del male, inimicandomi certi poteri. Sono stato visto come quello dal brutto carattere perché andavo contro a certe "storture". Devo essere risultato scomodo a parecchi per le mie prese di posizione su ingiustizie e malaffari. Questo, ora, ti assicuro, mi fa ancora più onore, perché posso dire ad alta voce che tutto quello che ho ottenuto è stato SOLO frutto dei miei mezzi e delle mie capacità. E' una cosa di cui vado orgoglioso.

Perla: Quali sono le opere e i personaggi che hai amato in modo particolare?

Giuseppe Riva : Mi sono sempre innamorato di volta in volta dei personaggi e/o delle opere che in quel momento interpretavo senza dare preferenza a qualcuno in particolare e per la vita. La musica genera emozioni e io le vivo nel momento in cui l'ascolto, quindi, non amando, oltretutto, fare classifiche, non ho una preferenza o delle preferenze, vivo l'emozione del momento.

Perla: Certamente ci sono stati, nella tua carriera, momenti, emozioni, episodi che ami ricordare...

Giuseppe Riva : Ci sono cose che vivo per me e danno a me la gioia di averle vissute. Se le rivelassi, potrei generare critiche o invidie o giudizi che sporcherebbero il ricordo che io ho delle stesse.
Ad esempio ci fu l'edizione del giornale l'Arena di Verona dove si scrisse, dopo il mio debutto in quell'Andrea Chenier con Caballé, Carreras, Bruson, "Non vogliamo parlare dei protagonisti, ma di una voce, fino ad oggi sconosciuta di un comprimario le cui qualità superano abbondantemente quelle dei protagonisti; una voce che corre, che sa cantare, che interpreta.......". Ma io ero solo un Fleville e se dico queste cose, in molti direbbero (come han detto) "Ma chi crede di essere". Quindi, aneddoti, situazioni, gioie, preferiscono tenerle nel mio personalissimo scrigno e raccontarle ai pochi o molti che siano, che le sanno apprezzare senza commenti.
Nel 1985, dopo pochissimi anni dal mio debutto mi son trovato in un palco del Teatro Alla Scala, durante la pausa delle prove dell'Aida, in mezzo a MARIA CHIARA, NICOLAJ GHIAUROV, GHENA DIMITROVA, LUCIANO PAVAROTTI, PIERO CAPPUCCILLI (che un anno prima avevo sostituito nelle prove del Rigoletto del Comunale di Firenze), LORIN MAAZEL, mentre questi si raccontavano barzellette e io mi chiedevo "MA CHE CI FACCIO IO QUI??????".

Perla: Luciano Pavarotti è recentemente scomparso. Che ricordo hai di lui ?

Giuseppe Riva : Luciano Pavarotti, sapendo ch'io stavo cantando alla corte Malatestiana di Fano nell'amico Fritz, mi promise una visita e la mantenne, venendo ad assistere alla prova, unico spettatore in sala. Mi fece chiamare durante l'intervallo e mi disse. "Ragàss a gh'éet 'na vòoss, d'la Madòna...." e da allora in tutti i Ballo in Maschera che cantò volle me come Silvano.

Perla: Quindi da un certo momento in poi, tutto prese una piega positiva. Sei mai incappato in qualche “incidente di percorso”, qualcosa che possa essere raccontato come un gustoso aneddoto ?

Giuseppe Riva : Incidenti del tipo: nessuno mi avvisa che la prova generale dello Zingaro Barone a Trieste, non è alla sera ore 19, ma alle ore 17, così mi sento arrivare una telefonata quando stavo uscendo dalla camera ed il Maestro Guerrino Gruber: "DOVE SITU?" "Sto arrivando, ma c'è tempo...". "Come c'è tempo????!!!" Abbiamo finito il primo atto e chi deve annunciare "IL CONTE HOMONAY" lo ha già fatto 5 volte ma tu non compari". "Guerrino, ti va di scherzare?"....No, non scherzava: arrivo in teatro e son tutti fermi, orchestra, coro, cantanti, pubblico (era aperta). Tutti in costume e trucco e invece io in jeans e maglietta.....
Chiamato all'1,30 di notte per andare a Roma, assistere alla recita di Vedova Allegra e poi alla recita successiva subentrare a Silvano Pagliuca che aveva denunciato un malore. Non essendo ancora in epoca di cellulari, nessuno potè avvisarmi che Pagliuca non poteva sostenere la recita di quella sera.
Arrivato a Roma alle 18, venni letteralmente investito da Elio Pandolfi che mi suggeriva le battute in un orecchio, dalle sarte che mi cucivano il costume, dal tecnico che mi faceva vedere il video per i movimenti, dal pianista che mi suonava la parte e dal direttore artistico che voleva definire i termini contrattuali.
Solo allora compresi che sarei andato in scena alle 20....ma io avevo fatto l'edizione di Vedova Allegra con la regia di Gino Landi, mentre questa era di Bolognini. A parte le situazioni differenti di scena, prevedeva i dialoghi parlati totalmente diversi con l'aggravante che Il protagonista era un danese che sapeva solo a memoria le battute, e avrei dovuto porgergliele come da lui imparate, per non far saltare tutto.
Andammo in scena con Oren e Kabaiwanska che rimasero stupiti perché nulla sapevano della sostituzione, e si compì il miracolo: tutto funzionò alla perfezione (ho il video proprio di quella sera).
Il teatro mi promise mare e monti e che lì sarei stato più che di casa, dopo che ebbi salvato lo spettacolo: FU L'UNICA VOLTA CHE CANTAI ALL'OPERA DI ROMA!!!

Perla : Che cosa trovi che sia cambiato, dai tempi di queste tue esperienze, nel mondo dell' Opera?

Giuseppe Riva : Ravviso un profondo cambiamento nel mondo del melodramma che già era in essere al tempo in cui ho cominciato io, ma che ora è davvero frutto dei tempi in cui viviamo (tutto allo sbando).
Temo che oggi si cerchi maggiormente l'apparire, in qualche modo e qualsiasi modo, duri quel che duri, ma apparire far parlare di se e poi, magari sparire appena messo da parte quello che si sperava di guadagnare per i propri capricci.
Già quando iniziai io si tendeva a non essere come la generazione precedente, dove lo stare insieme per lunghi periodi significava davvero costituire una famiglia e si faceva vita comune, gli attuali mezzi di trasporto, le condizioni di vita favoriscono, invece l'appartarsi, lo stare da soli.

Perla :E’ senz’altro l' opinione di molti. Ritieni che sia negativo?

Giuseppe Riva : Un tempo finite prove o recite si andava tutti nel locale preferito che diventava, per il periodo della produzione, la propria dimora, la propria famiglia. Oggi questo avviene sempre più raramente.
Credo che questo possa in qualche maniera influire anche sulla sinergia dello stare insieme in palcoscenico e far vivere la stessa emozione.
Inoltre oggi si assiste al lavoro di equipe molto più disgregato: direttori che arrivano all'ultimo momento e vogliono già tutta la compagnia prepreparata da qualche assistente a rischio di raffazzonare tutto e/o non approfondire come si conviene.
Trovo anche che si stia fiscalizzando e burocratizzando tutto troppo e non sembra più di andare in Teatro per delle recite, ma negli uffici a sbrigare pratiche.

Perla : Questi motivi hanno influito sulla decisione di ritirarti dall'attività artistica?

Giuseppe Riva: La decisione di smettere col canto è dovuta in parte anche a questo stato di cose; certamente ha contribuito molto l'appagamento di quello raggiunto, ma anche il troppo dispendio,i compensi che non giustificavano le uscite e le spese per questo tipo di vita.
Inoltre han cominciato a venire a mancare dei riferimenti in amici e colleghi che a vario titolo hanno anch'essi smesso di stare sui palcoscenici e il ricambio generazionale non dava le stesse emozioni e piano piano non riscontravo più gli analoghi ideali e/o interessi.
Così, il giorno del mio compleanno, 14 luglio del 2006 ho annunciato il mio ritiro, appagato per lo più da quello che avevo desiderato e avuto: qualche mese prima mi ero esibito con successo personale davvero notevole nell'unico Teatro dove ancora non aveva mai cantato, il Regio di Torino, del quale conserverò davvero un magnifico ricordo per la professionalità e la serietà trovata. Perciò ho finito in bellezza dopo essere stato presente in venti titoli nel Teatro della mia città Alla Scala, e essere stato in proprio tutti, tutti gli Enti d'Italia.

Perla : E ora di che cosa ti occupi, nel tempo libero?

Giuseppe Riva: Ho ripreso a disegnare e dipingere (ma ho già anche smesso....)
Ho scoperto una certa propensione verso quello che ho sempre creduto di non essere portato a svolgere: l'insegnamento e davvero mi sta piacendo molto.

Perla: Quali differenze noti tra i giovani che iniziano ora lo studio del canto e quelli della tua epoca?

Giuseppe Riva : Trovo assai deludente che fra i giovani non vi sia più la "VOGLIA" di cantare: tutti pensano ad emettere dei suoni a come farli tecnicamente e pochissimi sono quelli che mi fanno sentire ciò che col suono voglio esprimere.
E' una rincorsa all'acquisire nozioni e metodi, ma nessuno CANTA più per la gioia tipica del cantare.
Tutti cercano il suono mentre io vorrei sentire ciò che col suono si vuole esprimere.
Difficilmente riescono a fraseggiare come si conviene, indipendentemente dalla preparazione tecnica o meno: c'è un rispetto molto più rigoroso della scrittura musicale, solfeggio e metrica, ma tutto un pò "ROBOTIZZATO" senza anima, senza calori e colori.
Frutto dei tempi? Temo di sì.

Perla: Hai dei progetti che ti stanno a cuore per il futuro, oltre all'insegnamento?

Giuseppe Riva: Sto cullando l'idea di realizzare quello che è sempre stato un altro mio sogno nel cassetto: LA REGIA teatrale di opere.

Perla: Un cantante con una sensibilità artistica che va oltre la voce...

Giuseppe Riva: Per il momento mi è stata offerta una regia di un'opera che di per se prevede poche possibilità di sviluppo in termini registici: Elisir d'Amore.
Verrà eseguita in un contesto vacanziero ed estivo, per cui ci sarà poco spazio per interpretazioni di sorta, resterei comunque ligio a quanto scritto dagli autori.
C'è anche la possibilità di una "rentrée" canora (non in Italia),per scaramanzia, vorrei tenerla segreta, per il momento.

Perla: Questa è proprio un' anteprima, speriamo che vada in porto!

Giuseppe Riva: Un'altra cosa che vorrei svolgere con senso di responsabilità e, VA DETTO, senza alcun interesse, potrebbe essere quella di segnalare a chi di dovere quelle voci che sentite magari anche solo occasionalmente potrei ritenere degne di segnalazione.


Perla: Prendiamo quest'ultima frase di Giuseppe Riva, come un solenne impegno verso le belle voci che frequentano il mondo dell'Opera, e nel ringraziarlo per la sua disponibilità, lo salutiamo caramente.

Perla


martedì 11 marzo 2008

Intervista al baritono Pietro Spagnoli



Gigio :Lei ha una brillante carriera, nei maggiori Teatri del mondo. Quanto è stato difficile iniziare a cantare ? Ha trovato più aiuti o ostacoli ?


Pietro Spagnoli : Quando ero al conservatorio di Santa Cecilia a Roma avevo iniziato a fare audizioni con qualche associazione culturale romana. I primi concerti. I primi guadagni, modesti ma per un dipendente del coro sinfonico della RAI come me, sembravano quasi una manna dal cielo. Poi la fortuna che è sempre necessaria, oltre al talento, ha voluto che Rodolfo Celletti cercasse un giovane basso per un piccolo ruolo ne "il Pirata" di Bellini. Mandai una cassetta con tre brani ("Madamina il catalogo è questo.." dal Don Giovanni, dal "Maginificat" di J. S. Bach "Quia fecit mihi magna" e dall'Ernani l'aria di Silva "Infelice!...E tuo credevi" con recitativo annesso). Celletti volle conoscermi e ascoltare la voce dal vivo. Sostenni l'audizione e lui mi affidò il ruolo.Sembrò quasi facile iniziare. Nessuno mi ostacolò in quel momento. Il difficile fu proseguire e farlo bene, con la lucidità necessaria. Non farsi prendere dallo scoraggiamento nei momenti difficili né dall'esaltazione in quelli propizi .


Gigio : Maestro Spagnoli, quanto conta per Lei il contatto con i giovani cantanti? Esiste una "paura che mi rubino il mestiere" ?


Pietro Spagnoli : Prima di tutto: "Maestro" sarà Lei! non offenda.Scherzo! Ma un fondo di polemica c'è. L'uso di questo titolo è abusato. Ci sono troppi "maestri" in giro e sono pochissimi quelli veri. Io sono impegnato sia con il lavoro sulle tavole del palcoscenico, che con quello necessario per lo studio tecnico e per la preparazione dei ruoli. Trovo difficile ritagliarmi anche il tempo che a volte vorrei dedicare ai giovani cantanti. C'è tuttavia da parte mia un interesse profondo. E' un piacere ascoltare dei giovani artisti che forse vivono ora quello che vissi io tanti anni fa. Non ho paura che mi rubino il mestiere. So che, come sempre, solo chi ha talento potrà applicare eventuali suggerimenti e poi in questo mondo c'è sempre spazio per tutti, non crede?


Gigio : D'accordissimo lo spazio dovrebbe sempre esserci...nei giovani allievi di oggi ( generalizzando ovviamente ) vede l'entusiasmo e l'amore per l'Opera che aveva quando ha iniziato ? Ovvero, c'è un filo che lega un artista affermato come Lei ad un giovane agli inizi ?


Pietro Spagnoli : Più che altro vedo gli stessi dubbi e le stesse incertezze di chi muove i primi passi in un mondo che deve essere ancora del tutto scoperto. Mi rispecchio totalmente in loro. Tante speranze e paure. Il dubbio di aver fatto la scelta di studio sbagliata. L'incubo di non aver talento. E poi la curiosità di ascoltare chi questo mestiere lo esercita. Conoscerlo e fargli domande.Ci sono tanti giovani che vivono l'opera con passione e hanno gioia nell'accostarsi a questo mondo. Alcuni lo fanno con umiltà e rispetto. Con gli occhi ed il fiato che rivelano emozione. Mi fanno tanta tenerezza. Anche se pieno di curiosità agli inizi non ebbi molta fortuna. Il mondo dei professionisti può essere molto distante dalla gente comune. Trovai solo il soprano Virginia Zeani che ebbe tempo e parole preziose per me.Al contrario incontrai tante persone interessate e poco generose.Andavo da spettatore al Teatro dell'Opera di Roma, in piccionaia. Un mucchio di opere viste da lontano. Ma le voci giuste arrivavano fin lassù ed erano brividi. Vedevo i cantanti da lontano ed invece avrei voluto guardargli la gola, la pancia e le spalle. Le gocce di sudore sulla tempia.Risparmiando cercavo di trovare posto nei palchi di proscenio. Per guardare tutto dall'alto, come un falco.Oltre al canto, è stato il teatro che mi ha spinto verso questo mestiere.


Gigio : Se dovesse consigliare una strada ad un giovane alle prime esperienze, quale sarebbe il percorso formativo, dopo il conservatorio ? ( per esempio : cori;audizioni;concerti;concorsi; MasterClass...)


Pietro Spagnoli : La mia esperienza vocale è nata nel coro. Ritengo che l'esperienza corale sia una scuola importante musicalmente ed umanamente. Poi certo bisogna farsi ascoltare dalle persone giuste. I concorsi sono importanti. Bisogna fare solo quelli dove in palio c'è la produzione di un'opera adatta alla propria voce. Le Master Classes sono invece necessarie quando sei già a buon punto con la tecnica vocale ed intendi perfezionarti.


Gigio : Esistono differenti scuole di pensiero riguardo all'impiego della tecnica del canto sul palco. C'è chi pensa che sia tutto e solo tecnica, e che non si debba lasciare nulla al sentimento, e chi invece pensa che una volta imparata bene la tecnica bisogna "lasciarsi andare". Lei che cosa ne pensa ?


Pietro Spagnoli : Per essere padrone delle proprie emozioni e controllare tutto, bisogna raggiungere un livello di conoscenza del proprio corpo che ti permette di lasciarlo andare, sapendo che farà quello per cui ti sei esercitato per ore, giorni, mesi ed anni. Un esercizio fisico, direi persino atletico. Il do di petto o l'acuto in generale, sono in fondo alcune delle più difficili espressioni di atletismo sportivo. Serve un controllo perfetto sul tuo apparato fonatorio. Non lo dico io ma eminenti foniatri.Io non credo nella cosiddetta "estasi" del cantante. Ci sono sempre troppi problemi che ti riportano alla realtà del palcoscenico: essere in sintonia con il direttore d'orchestra; interagire con gli altri artisti; sapere dove è il punto luce; sapere quale è la posizione in cui non "impalli" il collega o non sei "impallato" da nessuno; avere sempre l'energia interiore che ti fa "vivo" agli occhi del pubblico; trovare il gesto esatto che avvalora quello che canti e che non sia usato; controllare che il fiato sia sempre al servizio del canto e della parola; controllare immancabilmente il "legato". Io lavoro sempre con molto impegno in palcoscenico durante le prove, proprio per raggiungere una specie di disinvoltura acquisita. Sembra tutto naturale ma non lo è affatto. Se dimentico dove sono, cosa sto facendo e mi lascio trasportare da un'ipotetica ispirazione, sono immancabilmente castigato dalla musica. L'errore è in agguato. Siamo sempre sul filo del rasoi e il pubblico non se ne rende conto quasi mai.In più ci sono sempre molti imprevisti. Si è sempre incollati inesorabilmente alla realtà.Nell'esecuzione abbiamo il dovere di riprodurre quello che l'autore chiede e lasciare che la vibrazione dell'anima, che agisce in quella vocale, faccia la sua parte.Quest'arte è un mistero ed è per questo che è tanto amata.


Gigio : Qual'è, se c'è, un ruolo che non ha mai cantato e vorrebbe cantare ? E quello che non canterebbe mai ( perchè proprio non le piace... ) ?


Pietro Spagnoli : Sono tanti: Ford e più in là Falstaff; Riccardo nei Puritani. Però fare un elenco mi sembra inutile. Io i ruoli di "baritono lirico" della tradizione lirica ottocentesca li vorrei cantare tutti. Senza alcuna distinzione.Invece vorrei cantare quel ruolo che non è stato ancora scritto. Spero di trovare un compositore che abbia la voglia e la pazienza di scrivere qualcosa ispirandosi alla mia voce. Qualcosa che si adatti alla perfezione al mio colore, alla mia estensione.Quelli che non mi piacciono però non appartengono al mio repertorio. Una bella fortuna.


Gigio : Una domanda "alla Marzullo"... è contento di essere baritono, o si sarebbe visto e sentito meglio in "altra corda" ?


Pietro Spagnoli : Contentissimo. La mia voce è unica. Non è tracotanza, è la verità.Anche se ci sono delle arie da tenore, soprano, basso e mezzo che canto sotto la doccia e in macchina. Per il piacere di far andare quelle note con la mia voce. Senza farmi del male, ci mancherebbe!Pagherei non so che cosa per poter interpretare Filippo II nel Don Carlos. Un sogno.


Gigio : Con tutti i suoi molteplici impegni, le rimane del tempo da dedicare a se stesso ed alla Sua famiglia? E quali sono i suoi hobby, se ce ne sono ?


Pietro Spagnoli : Capita spesso di avere dei periodi casalinghi che accetto di buon grado per essere marito e padre. Li dedico allo studio e alla vita familiare. Un tempo prezioso per me e per loro. Ho l'hobby della fotografia da quando ero adolescente. A sedici anni, con i guadagni di una vendemmia nelle campagne dei castelli romani, mi comprai una reflex, una Nikon FM, con un obiettivo da 35mm (la conservo con gelosia anche se non la uso più). Un emozione tenerla tra le mani e guardarci dentro. Da allora non ho più smesso. Ho qualche progetto in merito. Ne riparleremo.


Gigio : Ascolta anche musica leggera? Se si, quali sono i suoi cantanti preferiti ?


Pietro Spagnoli : Ascolto tanti generi di musica. Nella libreria iTunes puoi trovare Dire Straits, Pink Floyd, Bach, Monteverdi, DeAndré, Guccini, Bublé, Avion Travel, Carlos Gardel, Gabriella Ferri, Chopin, Gaber, Fossati, Handel, Jethro Tull, Mahler, Rachmaninov, Schubert, Sting, Barbara Streisand, Mina, Baglioni, Clapton, Conte, Daniele, DeGregori, Mannoia, Ferro, Noa, Miles Davis, Qeen, Ravel, James Taylor, The Beatles.............. etcetera, etcetera. Attingo anche alla musica dei miei figli (Pezzali (!) ) . Ogni tanto pesco qualcosa e me la "scarico" sul computer. Poi mentre cucino o mi intrattengo in altre cose, lascio partire la musica, così, a caso. A volte mi sorprendo di quello che ho anche io! 5,6 giorni di musica ininterrotta. 9,16 Gb in tutto. Ti serve qualcosa?


Gigio: Ne possiamo parlare.. ma per concludere: i suoi prossimi impegni, sia da cantante che da docente.. ?


Pietro Spagnoli : Per il 2008 ho in programma il debutto del Poeta Prosdocimo nel Turco in Italia a Toulouse (sono già in prova); un Elisir d'amore (Dulcamara) a San Pietroburgo; La Bohème (Marcello) a Milano; Così fan tutte (Don Alfonso) a Parigi; il Barbiere di Siviglia (Figaro.... ovviamente) ad Oviedo. Come docente ad aprile salirò in cattedra in una scuola elementare di Milano per presentare e far ascoltare il Barbiere di Siviglia di Rossini e far cantare l'aria di Figaro ai ragazzini di terza elementare. Sarà una bella follia. Poi ci sono dei master di arte scenica ma devono ancora essere stabiliti i periodi. Vi farò sapere.


Grazie Pietro.


Andrea

lunedì 3 marzo 2008

Salomè a Torino ( di orphicus )

E' inutile negare che il principale interesse del nuovo allestimento della "Salome" di Richard Strauss allestita al Teatro Regio di Torino fosse dato dalla regia di Robert Carsen, il geniale e provocatorio regista canadese che tornava nel teatro subalpino dopo i successi raccolti gli scorsi anni. Attese che non sono andate deluse. L'aproccio del regista canadese all'opera straussiana presenta numerosi punti di interesse, non tanto nella posticipazione della vicende in un casinò contemporaneo (e nel quale si riconosceva con facilità il Cesar Palace di Las Vegas con gli inservienti in abiti egizi e romani), quanto nella costruzione stessa dello spettacolo, secondo un tratto caratteristico di Carsen. A fare da scenario all'opera era infatti un claustrofobico caveau, una prigione metallica nella quale il mondo esterno filtra solo attraverso alcuni monitor, una lussuosa oppressione di una società senza valori, schiava delle proprie ricchezze. In questo carcere eterno l'unico libero è Jokanaan, il portatore di un messaggio diverso. Al suo apparire le pareti metalliche si aprono su un deserto orientale, la natura, la vita, la storia entrano in questo pozzo chiuso in cui il nulla genera i peggiori mostri. I costumi ribadiscono l'alterità di Jokanaan al mondo circostante, ai pacchiami vestiti di Erode e dei suo cortigiani si oppone l'austero abito orientale del profeta, quasi uscito da un dipinto medioevale. Oltre al profeta esiste solo un'altro elemento di positività: quello rappresentato da Salome. La principessa è un'adolescente ribelle, viziata e infelice, cresciuta in un mondo corrotto che ha respirato fin da bambina ma alla quale non si sente appartenere e attratta da Jokannan non per semplice capriccio ma per una sostanziale comunanza di fondo nell'odio verso la coppia Erode-Erodiade e nella ricerca di qualcosa di diverso. Per una volta il loro duetto è un autentico duetto d'amore, è la scoperta per Salome che esiste qualcosa di diverso dall'abbiezione in cui è cresciuta. E' praticamente impossibile raccontare uno spettacolo così ricco di idee, spunti, sollecitazioni, pare quindi preferibile concentrarsi su alcuni momenti topici. La "danza dei sette veli" è forse il momento centrale dello spettacolo risolta da Carsem in modo scioccante capace di rendere lo scandalo della prima. Spinta da Erode a danzare la principessa entra in scena vestita, pettinata e truccata esattamente come la madre, nel momento in cui devo ricorre ad una seduzione squallida - ben diversa da quella spontanea, ingenua, più da bambina piagnucolosa che da donna fatele usata nei confronti di Narraboth - imitata automaticamente la madre ma allo stesso tempo le grida tutto il suo disprezzo. Intorno alla sua danza lasciva, colma di esplicite provocazioni ma di scarse nudita, si scatena un orgia senile che Erode riprende morbosamente con una telecamera - le cui immagini sono proiettate sui monitor di controllo. Un gruppo di sette vecchia si denuda - in qualche caso integralmente - incapace di contenersi di fronte alle provocazioni della fanciulla. Un orgia inquitante e macabra che ricorda certe pagine di Svetonio, immagine di un'imanità abbruttita e senza dignità (ironicamente potremmo dire rappresentazione della gerontofilia che alberga in tanti melomani, ma qui stò scherzando,ben più pregnanti gli obiettivi del regista) Altro momento di straordinario suggestioni il finale, Salome bacia la testa di Giovanni in un autentico momento d'amore, quasi ne assume la forza morale, quel bacio crea una nuova Salome. A quel punto le pareti si aprono, ricompare il deserto di Giovanni in cui Salome - vestita solo di una sottoveste-tunica, totalmente altera rispetto agli altri e in qualche modo prossima alla semplicità di Jokanaa) si addentra, libera dalla prigione in cui è vissuta mentre al grido di Erode "Man tote dieses Weib" i convitati si avventano su Erodiade (per altro il libretto non indica quale donna). Uno spettacolo di tale complessità non è facile da portare in porto, a volte viene a mancare una conseguenza logica fra le varie parti del palcoscenico (se durante la danza quello che compare sui monitor è ciò che filma Erode come si spiegano i seni nudi che a tratti compaiono quando Salome rimane in sottoveste e non mostra mai maggiori nudità). In altri momenti il regista si fa prendere la mano e si lascia andare a soluzioni du gusto molto dubbio (due travesti nel quintetto dei giudei che disputano di teologia, gli invitati che palleggiano con la testa del Battista), che non arrivano però a compromettere la forza dell'insieme. Ho trovato straordinaria la direzione di Noseda che rinuncia alle esplosioni telluriche ed esalta la rarefatta atmosfera di molti passi, una "Salome" dolcissima ed ipnotica, perfettamente in linea con l'idea che Carsen ha della protagonista. Cast di ottimo livello. Nicola Beller Carbone dona a Salome una voce molto bella, una prescenza scenica ideale ed un notevole talento di attrice, semplicemente perfetta nel delineare una ragazza viziata, sostanzialmente ingenua e infantile nell'uso del suo micidiale potere di seduzione. Vocalmente tende a schiacciare sugli estremi acuti ma in queste repertorio qualche nota non pulita non inficia la riuscita del personaggio. Mark M. Doss è uno Jokhanaan nero, vocalmente e scenicamente imponente, dotato di un'innata autorità sacerdotale. Peter Broder delinea un Erode ansiogeno e nevrotico, incapace di reggere le sue responsabilità. La Peckova è un Erodiade volutamente grossolana e sguaiata (personalmente preferisco una lettura diversa del personaggio) ma di grande carisma. Inoltre entrambi cantano molto bene le rispettive parti, cosa non comune. Ben delineati - e soprattutto molto ben cantati - lo stupito Narraboth di Jorg Durmuller e il paggio (in questo caso agente di sicurezza) di Manuela Custer, per una volta giustamente virile così che l'affetto che lo lega a Narraboth appare più compagnonage militare che gelosia di un'amante respinta, come troppo spesso capita. Spettacolo di grande forza, capace di colpire cuore e mente. Consiglio a chi potesse di andarlo a vedere, ne vale la pena.

orphicus